Martina Rossi, le motivazioni della sentenza

Per la prima volta tra gli elementi sono considerati anche i segni che Martina aveva sul corpo: l’occhio tumefatto, il labbro spaccato e alcune lesioni sulla spalla. Dimostrerebbero secondo i giudici che c’era stata una colluttazione prima della caduta e quindi confermerebbero il tentativo di stupro.

Non solo: le lesioni sulla gamba sono state giudicate non compatibili con lì’impatto con il suolo. Ma invece lo sarebbero con il tentativo di scavalcamento della terrazza, quindi nello sforzo di raggiungere il balcone di fianco, dove si sarebbe potuta mettere in salvo.

Sempre i giudici sottolineano come fosse una ragazza soddisfatta del suo percorso di studi e di vita, e quindi senza alcun motivo che la dovesse spingere al suicidio. “Nulla giustificava in quel contesto il suicidio”, Compresa la conoscenza del ragazzo risalente a poche ore prima,

“L’unica verità processuale che è in grado di soddisfare la valenza di tutti gli indizi esaminati è quindi quella che porta a ritenere che la mattina del 3 agosto 2011, all’interno della camera 609 dell’albergo Santa Ana di Palma di Maiorca, Martina vene aggredita da entrambi gli imputati, i quali erano “salati” (termine gergale per dire che erano in preda agli effetti dellì’uso di sostanze stupefacenti) evidentemete per l’uso di hashish – così come dirà Albertoni compiancendosi all’amico nella saletta della questura di Genoa – e la ragazza reagì con forza a questa aggressione, ingaggiando sicuramente con Albertoni Alessandro, una colluttazione a seguito della quale provocò graffi al collo dell’imputato e riportò essa stessa delle lesioni.

E’ ragionevole ritenere che la ragazza, sicuramente non gracile, riuscì a sottrarsi volontariamente a questa aggressione, ma non potè guadagnare l’uscita della camera, utilizzando la porta di ingresso, perché pressata da entrambi gli imputati; e quindi si diresse sul terrazzo, ove tentò di attraversare il muretto divisiorio con la camera adiacente, ove dormivano i cittadini danesi, e ove avrebbe potuto sicuramente trovare rifugio.Ad Albertoni e e Vanneschi, la corte non riconosce alcuna attenuante: “Non hanno mai collaborato con gli inquirenti, sia in Spagna sia in Italia., concordando la versione da rendere, in modo da far combaciare tutto, proseguendo a mentire e nascondere palesemente la verità dei fatti. È davvero sorprende la mancanza del benché minimo senso di colpa: subito dopo la commissione dei gravi fatti hanno continuato la vacanza spagnola come se nulla fosse avvenuto, senza scrupoli, indifferenti, spensierati, come dimostra il tenore di post pubblicati su Facebook una volta rientrati in Italia: “delirio terrore e di nuovo delirio a Palma”, “Abbiamo lasciato il segno!!” “veramente un’avventura alla Vallanzasca la nostra”»

Quanto a Vanneschi, avrebbe potuto contribuire ad evitare la tragedia: “Spalleggiò l’amico e si frappose tra Martina e l’uscita dalla camera. Martina sfuggita all’aggressione di Albertoni evidentemente trovò la via di fuga bloccata, avvertì la ostilità dei due, tanto che scelse la via di fuga più rischiosa. Ma se Vanneschi avesse aiutato la ragazza, la morte di Martina si sarebbe potuta evitare».

E ancora: “I due hanno continuato la propria condotta di inquinamento del processo, Albertoni con il mendacio consacrato nelle spontanee dichiarazioni, Vanneschi perdurando con il silenzio, senza trovare la spinta etica a per restituire alla famiglia di Martina almeno la consolazione della verità sulle modalità con le quali sono stati privati della figlia».

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