La scomparsa di Giannini e il tentativo di liberare i fratelli Tani

Lo storico Enzo Gradassi ci traccia uno spaccato di un episodio della Resistenza aretina che vide protagonista Alfredo Giannini oggi scomparso.

È mancato, questa notte a 100 anni, Alfredo Giannini, che era nato ad Arezzo il 29 novembre 1919.

Militare in Francia, dopo l’8 settembre era rientrato ad Arezzo e non aveva risposto ai bandi di arruolamento della repubblica sociale e risultava quindi “alla macchia”.

Nel rivolgere un sentito cordoglio alle figlie, Cristina e Gioia e alla famiglia, se ne ricorda oggi l’impegno, nel dopoguerra, nell’industria delle confezioni e, più tardi, nel settore immobiliare.

Come spesso accade, l’improvvisazione della notizia fa dire anche cose con poco fondamento e ne attribuisce la primogenitura nell’industria delle confezioni, che resta invece alla famiglia di Elio Bottarelli che prima degli anni Venti aveva acquistato ad Arezzo una casa con annesso lanificio e laboratorio di lane e tessuti. Poi Elio aprì un lanificio alla Chiassa Superiore, nello stabilimento che, negli anni Cinquanta, venne acquistato dai fratelli Lebole, che vi impiantarono la loro prima azienda di confezioni.

La figura di Alfredo Giannini è però legata agli eventi del giugno 1944 e al tentativo di liberare dal carcere aretino di San Benedetto gli antifascisti Sante Tani, suo fratello don Giuseppe e Aroldo Rossi catturati dai repubblichini bergamaschi di Aldo Resmini e da quelli aretini di Emilio Vecoli presso il castello di Montauto, al confine fra Arezzo ed Anghiari, alla fine di maggio 1944.

Nel corso degli interrogatori ai quali furono sottoposti, i tre arrestati avevano subito pesanti sevizie e (come dimostrarono i successivi esami medici) trattamenti spaccaossa.

Su questa vicenda e sul tentativo di evasione, stiamo lavorando da parecchi mesi, assieme a Santino Gallorini, ricorrendo a fonti documentarie completamente inedite (gli atti dei procedimenti giudiziari prima presso la Corte d’Assise Speciale di Arezzo, poi nei successivi gradi di giudizio) e contiamo di pubblicare i risultati entro il 15 giugno, anniversario dell’eccidio.

Perché di questo si tratta: ricostruire il tentativo di liberare i tre reclusi osservandolo da tutte le angolazioni che sono illustrate negli atti giudiziari: dalla parte degli organi inquirenti, da quella dei partigiani coinvolti, da quella dei fascisti che massacrarono nella loro cella i tre antifascisti.

Fino a quella cella era giunto Alfredo Giannini, armato di un paio di pistole per portare fuori dal carcere i Tani e Aroldo Rossi, ma senza riuscire nell’intento

Come andarono le cose emerge dal libro in maniera lampante.

Per settantanni si è raccontata una storia che accusava il capo carcere di “aver tradito” l’azione, ma le cose stanno in modo molto diverso.

Di certo c’è la furia assassina di un gruppo di fascisti, fra i quali tre ufficiali, che massacrò con decine e decine di colpi di mitra, di moschetto e di pistola (padre Caprara raccontò che i bossoli si potevano raccogliere a manciate sul pavimento della cella), poche ore, forse pochi minuti prima, di fuggire verso il nord Italia.

Alfredo Giannini aveva allora 25 anni ed un indiscutibile, perfino eccessivo, sprezzo del pericolo e si assunse un compito forse più grande delle sue forze.

La storia venne raccontata negli anni seguenti in forme talvolta contraddittorie e diverse fra loro. Lo stesso Giannini, per evidente e legittimo tentativo di autodifesa negò circostanze, cercò di individuare altrui responsabilità, rispose alle accuse che gli venivano mosse per un’azione della quale tutti parlavano, ma che nessuno si incaricava di condurre.

In poche ore si erano svolti frenetici contatti col CPLN, con la Curia, con singoli personaggi che agivano attorno all’ormai dissolto fascismo repubblichino di Arezzo, che poggiava solo sulla protezione degli

È mancato, questa notte a 100 anni, Alfredo Giannini, che era nato ad Arezzo il 29 novembre 1919.

Militare in Francia, dopo l’8 settembre era rientrato ad Arezzo e non aveva risposto ai bandi di arruolamento della repubblica sociale e risultava quindi “alla macchia”.

Nel rivolgere un sentito cordoglio alle figlie, Cristina e Gioia e alla famiglia, se ne ricorda oggi l’impegno, nel dopoguerra, nell’industria delle confezioni e, più tardi, nel settore immobiliare.

Come spesso accade, l’improvvisazione della notizia fa dire anche cose con poco fondamento e ne attribuisce la primogenitura nell’industria delle confezioni, che resta invece alla famiglia di Elio Bottarelli che prima degli anni Venti aveva acquistato ad Arezzo una casa con annesso lanificio e laboratorio di lane e tessuti. Poi Elio aprì un lanificio alla Chiassa Superiore, nello stabilimento che, negli anni Cinquanta, venne acquistato dai fratelli Lebole, che vi impiantarono la loro prima azienda di confezioni.

La figura di Alfredo Giannini è però legata agli eventi del giugno 1944 e al tentativo di liberare dal carcere aretino di San Benedetto gli antifascisti Sante Tani, suo fratello don Giuseppe e Aroldo Rossi catturati dai repubblichini bergamaschi di Aldo Resmini e da quelli aretini di Emilio Vecoli presso il castello di Montauto, al confine fra Arezzo ed Anghiari, alla fine di maggio 1944.

Nel corso degli interrogatori ai quali furono sottoposti, i tre arrestati avevano subito pesanti sevizie e (come dimostrarono i successivi esami medici) trattamenti spaccaossa.

Su questa vicenda e sul tentativo di evasione, stiamo lavorando da parecchi mesi, assieme a Santino Gallorini, ricorrendo a fonti documentarie completamente inedite (gli atti dei procedimenti giudiziari prima presso la Corte d’Assise Speciale di Arezzo, poi nei successivi gradi di giudizio) e contiamo di pubblicare i risultati entro il 15 giugno, anniversario dell’eccidio.

Perché di questo si tratta: ricostruire il tentativo di liberare i tre reclusi osservandolo da tutte le angolazioni che sono illustrate negli atti giudiziari: dalla parte degli organi inquirenti, da quella dei partigiani coinvolti, da quella dei fascisti che massacrarono nella loro cella i tre antifascisti.

Fino a quella cella era giunto Alfredo Giannini, armato di un paio di pistole per portare fuori dal carcere i Tani e Aroldo Rossi, ma senza riuscire nell’intento

Come andarono le cose emerge dal libro in maniera lampante.

Per settantanni si è raccontata una storia che accusava il capo carcere di “aver tradito” l’azione, ma le cose stanno in modo molto diverso.

Di certo c’è la furia assassina di un gruppo di fascisti, fra i quali tre ufficiali, che massacrò con decine e decine di colpi di mitra, di moschetto e di pistola (padre Caprara raccontò che i bossoli si potevano raccogliere a manciate sul pavimento della cella), poche ore, forse pochi minuti prima, di fuggire verso il nord Italia.

Alfredo Giannini aveva allora 25 anni ed un indiscutibile, perfino eccessivo, sprezzo del pericolo e si assunse un compito forse più grande delle sue forze.

La storia venne raccontata negli anni seguenti in forme talvolta contraddittorie e diverse fra loro. Lo stesso Giannini, per evidente e legittimo tentativo di autodifesa negò circostanze, cercò di individuare altrui responsabilità, rispose alle accuse che gli venivano mosse per un’azione della quale tutti parlavano, ma che nessuno si incaricava di condurre.

In poche ore si erano svolti frenetici contatti col CPLN, con la Curia, con singoli personaggi che agivano attorno all’ormai dissolto fascismo repubblichino di Arezzo, che poggiava solo sulla protezione degli occupanti tedeschi.

Fatte salve le convocazioni presso le corti di Giustizia, Giannini non comparve, nei mesi seguenti in altre azioni partigiane e, negli anni successivi si occupò della propria vita privata.

(Nella foto la cella dove furono uccisi e seviziati i fratelli Tani e Rossi nel carcere di Arezzo)

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