Il racconto della Misericordia di Arezzo nella zona rossa di Bergamo

Arezzo – Il racconto dell’esperienza appena vissuta nella trincea della guerra al coronavirus dal nostro equipaggio di volontari recatosi a operare per una settimana a Bergamo. Una pagina giallo-ciano senza precedenti.

«Bergamo ai tempi nel Coronavirus. Così potrebbe iniziare la storia di 7 giorni di ordinaria Misericordia, in una città sconosciuta, vuota, con grandi scritte pubblicitarie “Bergamo non molla”.

È già buio la sera del nostro arrivo. Per le strade solo il traffico luminoso delle ambulanze, anche le nostre luci blu si riflettono nella notte sulle mura e le finestre chiuse di Bergamo, Seriate, Dalmine ed altri comuni ancora. Tante luci blu che tessono una immaginaria tela luminosa tra le abitazioni e gli ospedali in un incessante avanti e indietro.

La notte finisce, tutte le notti finiscono, ma di giorno ci sono le stesse luci blu sulle strade deserte. Le luci blu non si riflettono solo sulle cose ma anche sui volti delle persone che ti aspettano in strada, si riflettono sui cuori della gente. Cuori tristi, pieni di angosce e preoccupazioni, ma che ad ogni incontro esprimo una profonda gratitudine fino a far salire le lacrime agli occhi, chiudere la gola per l’emozione.

“Da dove venite?”, “…da Arezzo”, “Davvero? Da così lontano?” … e ancora ringraziamenti con gli occhi pieni di lacrime, spavento e speranza.

La corsa verso l’ospedale in due nel vano sanitario, più un ospite indesiderato; l’ossigenazione non sale, la difficoltà a respirare non passa e la domanda che spesso viene fatta: “Ma pensi che tornerò a casa?”. Qui tutti sanno che molti non tornano e lo sguardo dei familiari dopo il saluto dai propri cari si perde nella luce blu dell’ambulanza che se ne va.

E sale l’urlo dal cuore: “Non siete soli, siamo qui con voi, per voi!”.

Anche noi con le nostre luci blu non siamo soli. Per continuare e riflettersi ed intessere la tela blu in una città vuota, le nostre luci hanno bisogno di aiuto, di materiali; quelli per l’autista e per il… “canarino”. Così chiamano il soccorritore per consegnargli il materiale: “Ehi canarino, che taglia hai?”.

Il canarino, come quelli usati nel secolo scorso nelle miniere per rilevare la presenza di gas letali e salvare le vite dei minatori; è lui che si reca da solo nelle abitazioni per valutare la situazione prima di decidere cosa fare, che prende posto con il paziente nel vano sanitario nella corsa verso l’ospedale, che non sa rispondere in cuor suo alla domanda: “Pensi che tornerò a casa?”.

Le luci blu passano e dal marciapiede la voce di un passante: “Ancora un altro…”.»

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