“AUTORIZZIAMO IL TAKE AWAY IN RISTORANTI E PASTICCERIE: È COMODO E SICURO PER OPERATORI E CLIENTI”I”

La richiesta viene dal presidente dell’Associazione Ristoratori Aretini Federico Vestri per conto dei colleghi di ristoranti, pizzerie, pasticcerie e gelaterie: “l’asporto sarà parte importante della ristorazione del futuro, perché inizialmente, dopo il lockdown, molti clienti preferiranno consumare i pasti in casa anziché in locali più o meno affollati. Possiamo garantire la stessa sicurezza dei negozi, con molte meno file e brevi tempi di attesa. E allora perché posso prendere una porzione di lasagne, un pollo allo spiedo o una colomba pasquale dal supermercato e non posso ordinarla e ritirarla comodamente al ristorante e alla pasticceria sotto casa”. Per adesso, per gli oltre 500 ristoranti e pizzerie e le circa 200 tra pasticcerie e gelaterie della provincia di Arezzo l’unica strada percorribile per lavorare è quella della consegna a domicilio, “ma è più complessa, assai onerosa e in molti casi ci costringe a rivolgersi per il trasporto a società terze che non coprono tutti i territori”.

Autorizzare la vendita per asporto in ristoranti, pizzerie, gelaterie e pasticcerie. Lo chiede a gran voce anche la Confcommercio aretina. “Va bene la consegna a domicilio, ma non basta. Per rendere davvero un servizio alle nostre comunità e dare un po’ di più di respiro alle imprese ci vuole il take away, che è comodo e sicuro sia per noi che per i nostri clienti”, spiega il presidente provinciale dell’Associazione Ristoratori Aretini Federico Vestri, “oltretutto, sarà parte importante della ristorazione del futuro, perché anche dopo il lockdown molti clienti preferiranno portare via le pietanze ordinate per consumarle in casa”.
Offriamo la stessa sicurezza dei negozi, senza necessità di fare lunghe file e senza tempi di attesa, visto che l’asporto si fa su appuntamento orario, dopo aver preso prenotazioni online o per telefono”, sottolinea Vestri, “non si capisce perché ora sia vietato: perché posso acquistare una porzione di lasagne pronte, un pollo allo spiedo o una colomba pasquale nel supermercato e non posso ordinarla al ristorante e alla pasticceria sotto casa?”.
L’autorizzazione dovrebbe arrivare dal Governo, che con il DPCM ha inserito i pubblici esercizi nell’elenco di attività chiuse al pubblico. “Abbiamo ben compreso la logica del provvedimento: ora la salute deve essere la priorità per tutti. Ma non vediamo come la vendita per asporto possa rappresentare un pericolo: i nostri locali possono garantire un elevato standard di sicurezza.
L’accesso per l’asporto sarebbe ovviamente contingentato”, spiega Vestri, “ci si muoverebbe sempre su prenotazione con appuntamenti in orari specifici. Al cliente, del resto, bastano pochi minuti per prelevare quanto ha ordinato, pagare e andare subito via senza dover aspettare. Il take-away è da sempre una delle prerogative del nostro comparto, siamo abituati a gestirlo”.
È evidente che il divieto di asporto per pasticcerie, gelaterie, ristoranti e pizzerie sia un’anomalia da correggere al più presto, anche perché nel frattempo un numero importante di imprese che fanno parte a pieno titolo della filiera alimentare – e che potrebbero garantire un apprezzato servizio di prossimità – sono costrette a non poter esercitare questa attività senza una fondata ragione di carattere sanitario”, prosegue il presidente dei ristoratori aretini di Confcommercio.
Per adesso, per gli oltre 500 ristoranti e pizzerie e le circa 200 tra pasticcerie e gelaterie della provincia di Arezzo l’unica strada percorribile per lavorare è quella del delivery, ovvero la consegna a domicilio, “ma è più complessa, onerosa e in molti casi ci costringe a rivolgersi a società terze che garantiscono il servizio di trasporto passando da una piattaforma online che si trattiene una percentuale piuttosto alta sul venduto oltre a spese di consegne fino a 3,50€ che gravano sul cliente”, dice Federico Vestri, “senza contare che non coprono tutti i territori ma solo i centri principali”.
Da un’indagine del Centro Studi Fipe si rileva che il delivery non è ancora un business per tutti: tra gli imprenditori della ristorazione tradizionale, per intenderci quelle con il servizio al tavolo e una vocazione gastronomica focalizzata sulla cucina italiana e/o regionale, solo il 5,4% era già in grado di fornire un servizio di food delivery al momento dell’entrata in vigore del decreto dell’11 marzo scorso. Il 10,4% si è subito attivato per svilupparlo mentre il restante 85% ha affermato di non avere intenzione di muoversi in questa direzione. Nel quadro di una situazione che resta drammatica, il 40% dei ristoratori segnala una buona crescita della domanda di cibo a domicilio. Tra coloro che hanno dichiarato di non essere interessati al food delivery, e che pertanto hanno chiuso l’attività, il 35,5% ritiene di non avere i mezzi necessari per farlo mentre il 64,5% pensa che in questa situazione non sia economicamente sostenibile.
Dal lato dei consumatori, la nuova situazione generata dalle limitazioni agli spostamenti cambia in maniera sostanziale l’approccio con il food delivery sia per i fruitori abituali che per quelli saltuari o addirittura per quelli che mai ne avevano fruito. Secondo il centro Studi Fipe, tra gli utilizzatori saltuari del periodo preCovid-19, il 24% da quando è iniziata la crisi ha fatto ordini almeno 1 o 2 volte, così come il 53% di coloro lo aveva utilizzato solo poche volte. Tra quelli che prima non l’avevano mai utilizzato poco meno del 10% ha iniziato a farlo. Il minor ricorso al food delivery, invece, è essenzialmente dovuto ad un maggiore impegno degli intervistati a cucinare a casa (69%), un consumatore su quattro lo fa per timore del contagio e il 14% per risparmiare. Per quanto riguarda le preferenze sui piatti, tra chi utilizza ancora oggi il food delivery, il 68% ordina soprattutto pizze, il 26% preferisce piatti tipici della cucina italiana e il 22% va sul classico hamburger con patatine. Da questi risultati si evince come il servizio a domicilio sia molto apprezzato dai consumatori e che, data la situazione attuale, il freno principale è il timore per la sicurezza alimentare.
Condividi l’articolo

Vedi anche: