Piter, sentenza dura per un episodio terribile

I fatti e le emozioni che si coagulano in uno scarico di adrenalina immediato. Le motivazioni che stanno alla base della sentenza non lasciano scampo alle possibilità che Piter Polverini aveva di poter vedere accorciata la condanna che pendeva sul suo capo. Per qualcuno i sedici anni inflitti dal Tribunale di Arezzo possono essere considerati pochi rispetto al male che ha procurato. Non entriamo in questo risvolto perchè potremmo andare in una discussione sterile che non avrebbe senso. La morale è una sola: Catia Dell’Omarino dopo un anno ha avuto Giustizia con una condanna severa che chiude quello che accadde la notte tra l’11 e il 12 luglio dello scorso anno,  sul greto del torrente Afra nei pressi del Ponte del Diavolo. Un nome sinistro per una vicenda che ha presentato tutta una trama contorta. Sono stati bravi i carabinieri di Sansepolcro diretti dal tenente Luigi Grella, e supporttati dal Nucleo Investigativo di Arezzo, a trovare la pista giusta e mantenere il riserbo necessario per arrivare a stanare l’assassino. Un gesto di una violenza inaudita che contrasta con la visione, se è lecito definirla, tenera che Piter ha dato nelle sue apparizioni a Palazzo di Giustizia. Forse l’affetto dei famigliari, la presenza della cagnolina a cui è sempre stato legato, gli hanno regalato quella umanità che non ha avuto quando è scoppiata la lite per cinque euro, tanto valeva quel rapporto amoroso che poi è sfociato in tragedia. Le indagini condotte con grande professionalità, la ricerca del particolare che facesse la differenza e infine l’aver individuato la pista giusta che hanno porttao gli inquirenti sulle tracce del ragazzo tranquillo che abitava a San Giustino e che ogni mattina andava a lavorare ad Arezzo nella agenzia di scommesse. Quando i carabinieri andarono a prelevarlo a casa sua Piter disse che li stava aspettando. Se lo sentiva che per strada aveva lasciato qualche traccia utile a fare risalire alla sua persone chi lo stava cercando. Fu una mezza confessione visto che poi portò gli stessi carabinieri sotto il ponte sul Tevere, della Provinciale che unisce prorprio San Giustino a Pistrino, dove venne trovato il bastone che venne scagliato con violenza sul corpo di Catia. 16 anni sono tanti. Bastano per far capire che l’errore commesso è stato grande.

Condividi l’articolo